Scandali capitolini e quella moda eterna dei pantaloni in Vinavil

Aridaje. Ennesima infornata di uomini che ricoprono cariche pubbliche, accusati di reati gravissimi. Si torna a riparlare di rapporti strettissimi, simbiotici, tra mafia e politica.

Alemanno è tranquillo, dice di non conoscere Greganti. Che la sua innocenza verrà dimostrata, e che la sua fedina penale conserverà intatto il proprio imene. Che – al massimo – gli si possa rimproverare la scelta della squadra, perchè era concentrato sulle priorità della città. Come se decidere con parsimonia i collaboratori del sindaco non sia una priorità dei cittadini. Il capo della sua segreteria, Antonio Lucarelli, incontrava regolarmente ed era, a quanto pare, addirittura succube del Carminati. Il Buzzi rincara la dose: intercettato, rivela che “se vinceva Alemanno ce l’avevamo tutti comprati”. Ora, resta difficile pensare che – perlomeno per vie traverse – l’ex sindaco ed ex missino non agevolasse la versione 2.0 di quella che fu la banda della Magliana.

Comunque.

Il caso si presta molto bene a speculazioni ulteriori sulla fibra normale della classe dirigente che questa Italia ha saputo esprimere. Per fortuna, noi tutti siamo molto preparati a ricevere la nostra dose semestrale di indignazione da aghi del tutto sterili, ma come dei consumati tossicodipendenti ormai non ci basta più. Non ci dà più la botta, non avvertiamo più il suo sinuoso invadere le vene, ostruire le arterie, calcificare il cuore. Come scribacchini sotto il tiro dei cecchini non ci voltiamo più a fissare un cadavere, per dargli un volto o un nome. Proseguiamo, lenti e catatonici, verso l’ufficio: dove ci sembrerà quasi che le cose vadano bene, che nessuno sia caduto e che le necessità urgenti siano  riempire moduli, copiare documenti, contattare fornitori.

Oltre ai reati che vengono contestati a questa masnada di presunti miserabili, quello che risulta molto preoccupante è la consuetudine, ormai rodata e de facto accettata dall’opinione pubblica, di restare aggrappati con caparbia tenacia al proprio posticino: unto sulle stoviglie di plastica; gomme da masticare sotto le sedie di un’aula fredda; stucco nero negli occhi di una soubrette sul viale del tramonto.

Cercando persino di conservare la speranza che tutti gli indagati che non abbiano presentato dimissioni fulminee si rivelino infine totalmente estranei ai fatti, speranza che tuttavia non trova attendibilità nei precedenti del caso, mi stupisce come personaggi abbastanza accorti delle cose del mondo da giungere ad occupare ruoli istituzionali di una certa rilevanza non riescano tuttavia a partorire il sospetto che le vicende giudiziarie coinvolgono non sono una persona, ma anche il ruolo che essa ricopre. La prima dose di indignazione dell’opinione pubblica, la più potente, non entra in circolo a condanna avvenuta ma con la spedizione degli avvisi di garanzia e gli arresti cautelari. Se questi personaggi riescono quindi a capire che con la loro condotta danneggiano non solo l’individuo ma anche e soprattutto l’ufficio, non vedo motivi per cui un servitore dello Stato, della Comunità, possa non dimettersi senza l’implicita accusa alla buona fede della magistratura.

Forse, a veder meglio, si può comunque azzardare un paio di ipotesi: il perseverare nel proprio compito va interpretato o proprio come un rifiuto a cedere alle prepotenti ingerenze di pubblici ministeri e affini, oppure – ipotesi nella quasi totalità dei casi tanto più probabile quanto emblematica – come la silenziosa consapevolezza che sia più auspicabile difendere il buon nome di un cittadino di quello delle istituzioni.

Al Lettore l’ardua scelta.

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