Le tentazioni andreottiane di Alfano

Tra NCD e FI, sentono in molti il bisogno di sparare, ogni tanto, qualche cagata pazzesca per tenere alta l’attenzione mediatica. Altrimenti rischiano di dover abbassare ancora la soglia di sbarramento nella legge elettorale prevista dal patto del Nazareno (NCD), o di sfiorare l’inutilità percentuale e di vederlo saltare del tutto (FI), questo grande gentlemen’s agreement che prevede finalmente il superamento dell’odiato bicameralismo perfetto, panacea di tutti i mali; nel senso che il Parlamento non servirà più a nulla, le leggi si fanno durante le cene eleganti. In privato.

Oggi Alfano, che in questi casi non può di certo resistere all’impulso di sfoderare il mellifluo termine garantismo, ha sputato perentorio: “Roma non è marcia”.

Riepilogo. Tra gli indagati ci sono: Mancini, ex AD dell’Eur (ente pubblico); l’assessore alla Casa Daniele Ozzimo; il presidente dell’assemblea capitolina Mirko Coratti; Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma; l’ex AD dell’Ama Franco Panzironi; Luca Odevaine, direttore della Protezione Civile della provincia di Roma; Giovanni Fiscon, direttore generale dell’Ama; Eugenio Patanè, consigliere regionale del PD; Luca Gramazio, consigliere regionale del PDL; viene coinvolto persino il responsabile della direzione Trasparenza e Anticorruzione del comune, Politano. Dico: il responsabile della direzione Trasparenza e Anticorruzione, uno che dovrebbe essere un intoccabile. Invece no, in Italia si può toccare, ungere, chiunque. Del resto, i dati dell’annuale Corruption Perception Index, pubblicato da Transparency International, parlano da sé: tra i Paesi europei, il nostro è quello più corrotto. Nella classifica generale, ci piazziamo a fianco di Romania e Brasile. E questi sono solamente i nomi più noti e legati direttamente con il mondo della politica. La lista completa è molto più lunga.

Alfano è il nostro Ministro dell’Interno; come tale, verrà ricordato per il suo pertinente intervento a proposito dei diritti civili delle coppie omosessuali e per l’oculata direzione delle forze di polizia durante le manifestazioni dello scorso ottobre, ma forse anche per quest’ultima supercazzola. Su una cosa mi trova, tuttavia, d’accordo: siamo alle prime battute e bisogna procedere con i piedi di piombo. Nel senso che le personalità di spicco coinvolte potrebbero essere molte di più.

Anche se la portata dell’inchiesta non dovesse subire rigonfiamenti, la situazione è molto peggiore di quella che cerca di disegnare Alfano, evidentemente terrorizzato da questo ennesimo terremoto istituzionale. I tentacoli del sistema sembrano aver invaso ogni spazio possibile: comune, regione, moltissimi enti pubblici; persino l’insospettabile mondo dello spettacolo e dello sport. Se le accuse dovessero trovare riscontro, come spesso è successo in questi casi, i pensieri che turbinano nelle teste frastornate – e che sono turbinati nella mia – sarebbero: il sistema è talmente vasto, capillare e ben organizzato da far pensare a un corpo pubblico ormai irrecuperabilmente invaso dal tessuto necrotico e dalle larve; non solo: ci si può chiedere legittimamente se gli altri organi, quelli che per ora sfuggono alla vista e che pertanto sono dichiarati sani e perfettamente funzionanti, possano davvero non aver fiutato e riconosciuto l’odore del marcio e della morte.

Ci sono altri territori, più a sud, dove il problema mafia è ormai di interesse nazionale, e nessuno può ormai dichiararsi inconsapevole. Se ci provasse, noi tutti lo crederemmo o matto o disonesto: non perchè ormai si sa che a Palermo, a Napoli, il sistema è sempre lo stesso, ma perchè lo si percepisce, ci si deve confrontare quotidianamente. Nulla, allo stato attuale delle cose, può far pensare che nella Capitale le cose siano diverse. Gli ultimi che tentarono di minimizzare o insabbiare il sistema mafioso, ormai sono caduti in disgrazia oppure hanno concluso la propria oscura esistenza: invito il caro Angelino a cercare di evitare la stessa, poco gloriosa, fine.

 

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