Embargo, atto V: il retrogusto di sporco dell’Havana-Cola.

La notizia è di quelle di portata storica: merita perlomeno un breve commento, nonostante il periodo di studio pre-esami.

Cuba e gli Stati Uniti riprendono i rapporti democratici. Lo testimonia lo scambio di prigionieri annunciato ieri: quello tra l’americano Alan Gross, condannato nel 2009 con l’accusa di spionaggio, e un ristretto gruppo di cubani chiamato i Cinco Heroes (di cui due hanno già scontato la pena), che si trovavano negli USA con lo scopo di infiltrarsi tra le maglie dei gruppi di esuli cubani avversi al regime castrista, e che furono imprigionati con l’accusa – tuttavia non comprovata – di spionaggio militare.

Nel corso della giornata di ieri, ad attestare il deciso cambio di passo nei rapporti tra i due Paesi, non si sono fatte attendere delle dichiarazioni ufficiali di entrambi i leader.

Oltre alle frasi di rito, Obama e Raul Castro si sono trovati d’accordo sulla necessità di ricercare una soluzione comune per la cessazione dell’embargo, che ha segnato profondamente la vita economica del Paese e dei suoi cittadini. Il Presidente Statunitense, soprattutto dopo l’annunciata batosta alle elezioni di metà mandato, si trova con le mani legate in balìa di un congresso a larga maggioranza repubblicana; in previsione delle presidenziali 2016, il Grand Old Party cercherà sicuramente di negare all’attuale amministrazione una vittoria – la riapertura della frontiera commerciale – che varrebbe una parziale riscossa dal default in medio oriente con l’avanzata dello Stato Islamico.

Nonostante la cecità repubblicana, quest’embargo è tuttavia destinato alla dissoluzione: rappresenta l’ultimo singulto di una lotta al comunismo che ha caratterizzato la politica estera statunitense della seconda metà del secolo scorso, e che ormai è stata vinta per cappotto. Le armi con cui è stata combattuta si sono rivelate infine assai più efficaci delle bombe al napalm: ritorsioni economiche, boicottaggi, colpi di Stato. Tuttavia, quella definitiva è stata la paradossale intransigenza del libero mercato, che non ammette Paesi che esportino il superfluo e importino il necessario: esso esige che tutti i Paesi esportino tutto quello che possono produrre e importino tutto quello che possono contenere; che le marche di dentifricio in un supermarket tedesco o spagnolo siano le stesse che si possono trovare in un mall nordamericano.

McDonald’s ha aperto proprio quest’anno la sua prima filiale in Vietnam: a Saigon (l’attuale Ho Ci Minh City). E’ come se CasaPau aprisse un centro a Bologna, in via Stalingrado. Eppure là (in Vietnam, non a Bologna), gli Americani avevano subìto una roboante sconfitta militare. Proprio uno schiaffone. Tuttavia, lo stesso Raul Castro si vede, dopo anni di isolamento economico voluto dal governo di Washington su basi ideologiche, costretto a chiedere egli stesso l’apertura di un mercato che, presumibilmente, oltre al naturale progresso delle condizioni materiali di vita dei cubani e all’ammorbidimento del regime con una conseguente apertura ad un sistema elettorale più democratico, costringerà alla rinuncia di molti simboli, che hanno fatto di Cuba forse l’ultima insegna di quello che una volta era un mondo variegato, che valesse la pena conoscere viaggiando: la bellezza malinconica del malecòn all’Avana oscurata dalle insegne di Starbucks, la calda ospitalità delle famiglie che gestiscono le casas particulares spazzata dalle necessità economiche dei colossi alberghieri, i nostalgici simboli della rivoluzione convertiti in idoli di un’epoca ingiallita dalla polvere, le romantiche e infaticabili automobili anni ’50 sostituite con modelli dotati di Bluetooth e integrazione a Spotify, i vari gruppi musicali alla Buena Vista Social Club sacrificati sull’altare dei megaconcerti degli U2.

Esistono due evidenze: che i cittadini Cubani debbano poter contare sulla democraticità del proprio governo quanto che desiderino proteggere la propria identità dalla diluizione culturale; tuttavia, le necessità economiche del mondo industrialmente sviluppato sembrano voler tener conto esclusivamente della prima delle due. Quello che si può ipotizzare è che, se il libero mercato fosse democratico quanto gli altissimi ideali che ne giustificano l’imposizione, il regime castrista non avrebbe la necessità di questa relativa durezza, atta forse anche a preservare le differenze e le unicità dell’isola, e più in generale i tratti distintivi della sua cultura.

Il paradosso dei nostri tempi: l’areonautica e la rete permettono agli uomini di viaggiare, a basso prezzo e in poco tempo, in tutta la Terra. Tutto il mondo è Paese, si dice; ma è solo un Paese: gli Stati Uniti. E a Saigon non c’è più nulla da vedere che non si possa trovare anche a Miami.
Ilmorodivenezia | Promuovi anche tu la tua Pagina

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...