Caso Marò: dalla pena capitale alla probabile impunità

Dopo quasi tre anni di trattative e strumentalizzazioni, la vicenda dei marò sembra poter giungere all’atto finale. Sushma Swaraj, Ministro degli Esteri Indiano, ha riferito al Parlamento che il Governo di New Delhi starebbe “valutando una proposta del suo corrispettivo di Roma per trovare una soluzione consensuale alla vicenda”, in concomitanza con la delibera della Corte Suprema.

La notizia arriva inaspettata, perchè quella della soluzione diplomatica è una via che sembrava ormai impraticabile: solo pochi giorni fa infatti, la Corte Suprema aveva respinto con fermezza un’istanza presentata da Salvatore Girone, nella quale si sottolineavano le condizione precarie di salute psicofisica dei fucilieri e le inevitabili ripercussioni sulla vita familiare dei due.

Fratelli d’Italia, Alleanza Nazionale e Lega avevano trovato lo spunto per una nuova invettiva ad un Esecutivo che sembrava aver declassato l’urgenza del caso, riciclando il vecchio – anche se già da tempo sfatato – mito delle acque internazionali: i due Paesi ormai concordano che l’Enrica Lexie non si trovasse alle millantate 32 miglia nautiche bensì a sole 20; un tratto di mare che viene definito acque contigue, e per il diritto internazionale è atto a garantire allo Stato costiero il diritto di inseguimento. Questa ambiguità, ormai scavalcata, è nata da quello che è stato registrato come un errore di valutazione: il comandante Vitelli non ritenne infatti che lo scontro a fuoco con una presunta imbarcazione dedita ad attività di pirateria costituisse un motivo valido per salvare i dati di posizione della scatola nera, che di default vengono conservati solo per un periodo limitato.

In quasi tre anni dall’incidente che è costato la vita di due pescatori, si tratta della seconda occasione che offre la concreta speranza di una risoluzione: l’allora Ministro degli Esteri Terzi aveva già annunciato, nel marzo 2013, che i fucilieri non avrebbero fatto ritorno in India dopo il permesso temporaneo di rimpatrio che era stato loro concesso in virtù delle elezioni politiche; i due sarebbero poi rientrati a New Delhi pochi giorni dopo. Tuttavia, questo spiraglio pare ben più ampio del precedente, in quanto gode dell’ormai esplicita volontà indiana di trovare una soluzione diplomatica.

Probabilmente, se le trattative dovessero andare a buon fine, le parti politiche sopracitate di fregeranno di un merito che non appartiene a loro; saranno anzi le stesse che spingeranno per una conclusione all’italiana della faccenda: una pacca sulla spalla e amici come prima.

Certo è che questo impasse ha risentito, per tutto il suo corso, di forti sbilanciamenti verso entrambe le direzioni: alle ipotesi (presto e più volte smentite) di applicazione della pena capitale in India si sono contrapposte le scelte ideologiche e l’opinione pubblica italiane, che non hanno mai preso in seria considerazione la legittimità di un’eventuale pena. Nonostante l’apertura di un’indagine alla procura di Roma, che in ogni caso non riguarda l’omicidio: solo la violazione delle regole sull’ingaggio.

Probabilmente si sarebbe potuto evitare questo pasticcio internazionale avviando immediatamente le procedure di arbitrariato, che avrebbe sicuramente scongiurato il pericolo di facili buonismi o giudizi severi; d’altronde, la portata politica del processo avrebbe ben potuto classificare i due Paesi coinvolti come i soggetti principali della disputa, inabili pertanto a disporre pene imparziali.

 
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