La Legione Europea del Califfo: cancro della nostra società o opportunità per un’autocritica?

Che arruolarsi nella Legione Straniera sia stata, storicamente, una scelta di molti sconfitti in cerca di un nuovo inizio non è certo una novità.

Corpo militare nato nella Francia post-napoleonica con lo scopo di far fronte alla quantità di forestieri che desideravano arruolarsi per sua maestà Luigi Filippo, ha accolto moltitudini di rivoluzionari falliti, amanti sciagurati, galeotti in fuga. Ognuno di loro in cerca di un detergente per ricordi amari. Gente che, insomma, tutto quello che avesse ancora a chiedere dalla vita era l’anonimato di un nuovo futuro senza passato. Apolidi con una dimensione in più: non solo – e non tanto – della Patria quanto del Tempo.

Fine del preambolo.


Quest’anno del Signore 2014 potrà offrire qualche rigo agli storici che ci succederanno in virtù anche – e soprattutto – del sorgere si quello che forse verrà ricordato come il Paese meno laico della nostra epoca; l’upgrade che il terzo millennio si è inventato per gli imperi totalitari. Nonostante non sia stato riconosciuto da alcuno, lo Stato Islamico ormai possiede una struttura amministrativa funzionante: il suo califfo può contare su un sistema di prelievo delle imposte, erogazione dei servizi, oltre che su un’infaticabile polizia religiosa. I territori che controlla vanno dalla provincia di Aleppo (Siria) fino a quella di Baghdad (Iraq): parte di questi sono stati conquistati durante la guerra siriana, parte con quell’offensiva di inizio estate che ha evidenziato tutta l’impreparazione dell’esercito Iracheno.

I combattenti al servizio di Al-Baghdadi, secondo stime della CIA, potrebbero toccare i 30 mila elementi; almeno 3 mila dovrebbero essere gli Europei che hanno sposato la causa del Califfato entrando in quella legione straniera che ha, almeno temporaneamente, soppiantato nell’immaginario collettivo quella francese. Dubito tuttavia che, nel caso dei nostri contemporanei, si tratti di rivoluzionari o amanti o galeotti, o in ogni caso di gente con un passato da dimenticare; in effetti, la prova dei fatti conferma il sospetto: non sono solo gli ultimi e gli esclusi ad aver deciso di partire per Siria e Iraq. Eppure quotidiani, siti internet e telegiornali hanno ormai sentenziato per una fortissima inflazione della parola cancro, come se fosse una malattia della società moderna che corre il rischio di originare metastasi e diffondersi; una malattia determinata dal caso. Il cancro colpisce chiunque, e per l’opinione pubblica si tratta ancora di un fattore di rischio che non possiamo prevedere o prevenire. Si suggerisce quindi l’idea che questa svolta radicale che ha colpito alcuni ragazzi musulmani residenti nella nostra cara vecchia Europa o immigrati di seconda generazione o addirittura nostri concittadini convertiti, non possa in alcun modo possibile dare lo spunto e l’opportunità per un’autocritica. Spesso dimenticandosi che nemmeno il cancro è casuale, ma figlio di una degenerazione dei geni che determinano il metabolismo cellulare: di una degenerazione.

Scartando i vari articoli apparsi a più riprese su molte tra le più lette testate giornalistiche al mondo, ci si imbatte spesso nel caso in cui i genitori di un jihadista lo riconoscano da una foto sul web o da un video propagandistico. Quello che non ci si aspetta è di trovare una famiglia musulmana moderata, che addirittura condanni fermamente e a volte disconosca l’assassino di casa; di constatare il fatto che, anche nel caso di cittadini apparentemente integrati nella propria comunità, possa nascere l’intenzione di ingrassare le fila dei servi di Al-Baghdadi.

Io credo che i nodi su cui si potrebbe sviluppare un serio dibattito siano molti e molto significativi.

Che questo occidente sia dominato con crescente vigore dall’unica forma di religiosità moralmente accettabile, cioè quella dell’accumulo di ricchezza come metro di paragone tra gli individui, è assolutamente evidente. Gli uomini più in vista della nostra comunità, e quelli più invidiati, raramente sono noti per la propria fibra morale ma si tratta, di solito, di coloro che possono mostrarsi all’intero popolino mentre spendono i propri soldi in fesserie, utilizzando come unità di misura del costo di un bene il numero di mesi di uno stipendio mediano. Con il risultato immediato che la prima categoria di uomini è in forte diminuzione. Quanto ci si può stupire che qualcuno sia attratto dalla pubblicità di una comunità fortemente rivolta al rispetto dei precetti religiosi, per quanto moralmente inaccettabili, e delle sure millenarie?

Allo stesso modo, l’occidente incoraggia l’iniziativa privata in tutti i settori, a tal punto che essa sfuma nell’egoista individualismo; si ha ormai da tempo rinunciato all’idea di dover condividere l’esistenza con estranei e di cercare di formare con essi qualcosa che ricordi vagamente un’idea di comunità. Ma, così come il miglior biglietto da visita è un portafoglio grassoccio, il fine ultimo è la prevaricazione reciproca, mascherata da promozione sociale. Il vallo tra le due è ormai da tempo attraversato. Il fascino di una società che si pubblicizza come coagulo di eguali è allora immediato. Bisogna tener da conto il fatto che la propaganda mediatica metta in fortissima evidenza l’idea di una vittoria omogeneamente condivisa da tutti i sudditi del Califfo, che in effetti paiono al contempo sottoposti e padroni di se stessi, unici protagonisti di filmati nei quali la piramide gerarchica è totalmente dissolta. Avevamo imparato a conoscere i video quasi amatoriali di un Bin Laden nascosto in qualche grotta sconosciuta, un telo monocolore per secondo piano. Ora è diverso: le registrazioni e il montaggio sono eseguiti con precisione e tecnica hollywoodiane e i re e le regine della scacchiera, una volta protagonisti, oggi cedono l’inquadratura ai propri pedoni. 

Naturalmente, anche il fattore culturale gioca un ruolo decisivo: la tutela delle identità  delle varie etnie che popolano Europa e Nordamerica è scoraggiata; se per certi versi si tratta di una necessità delle varie culture presenti di agglomerarsi per arrivare, un bel giorno, all’unione completa degli stati membri UE in un unico corpo, dall’altro lato implica la triste considerazione del fatto che, per superare certi antichi campanilismi, sia necessario diluire l’identità di una regione o di un popolo. Tutto ciò vale, in misura forse maggiore, anche per le culture extraeuropee, ed in particolare per i musulmani. E’ innegabile il fatto che ovunque, tanto nel Vecchio Continente quanto nel Nuovo Mondo, essi non godano di ottima fama. L’attrattiva di una comunità, in cui l’osservanza di quella che viene definita religione – anche se ormai ha assunto i connotati di un’ideologia politica – è non solo incoraggiata ma necessaria, acquisisce allora un’ottima portata. Si consideri anche il fatto che la religione è, storicamente, il tratto distintivo di un popolo: persa, si è destinati alla scomparsa.

Ultimo punto e poi chiudo, lo giuro: in una società in cui sembra che tutto sia alla portata e legittimamente ottenibile da tutti, abbiamo disimparato il valore della rinuncia, e con essa quell’idea di comunità di cui sopra. Spesso mi sono domandato il motivo per cui, nonostante la feroce opulenza, la carità sia ridotta ai minimi storici; al contrario, da molti romanzi d’avventura abbiamo imparato a conoscere la profonda generosità degli abitanti delle terre estreme: i più generosi con il viandante di turno. La spiegazione che ci si può dare è che il collante più tenace per costruire una comunità sia la collettivizzazione di una qualche carenza: se le persone condividono le stesse mancanze, scivolano inesorabilmente verso la comprensione reciproca, la generosità e la condivisione. Questi gruppi terroristici propongono un baratto: in cambio dell’osservanza di alcune, rigide, leggi offrono la prospettiva di una comunità coesa, di individui che formano una fratellanza di sangue.

Ci si può allora continuare a guardare attorno basiti e bollare la scelta di unirsi al Califfo perseverando con la retorica del cancro della società, dei feroci adescatori di aspiranti kamikaze e degli sciocchi che cadono nei loro tranelli.

Oppure si può decidere di ammettere che persino il nostro modello occidentale, così sviluppato e apparentemente refrattario a qualsiasi critica, presti il fianco a certe debolezze e sia vulnerabile ad alcune crepe: sarebbe una novità.

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