Al di là dell’Occidente e dell’Islam

“Ora ti ascoltavano, ora che eri morto.”

Oriana, Un Uomo

Ho aspettato qualche giorno. Perchè al cordoglio, prima delle parole, devono seguire silenzio e riflessione. Perchè ho voluto vedere che sentiero avrebbero imboccato questa nostra diafana Europa, i nostri governanti, i nostri popoli in risposta all’ennesima manifestazione del formidabile orrore. Perchè forse, questa volta, saremmo stati forzati a una profonda riflessione: venti morti nel cuore del continente, la Francia; e nel cuore della Francia, Parigi. Venti morti che avrebbero potuto essere gli ambasciatori di tutti quelli che sono ritornati alla Terra prima dell’Ora.

Molti sono stati quelli che hanno infine liberato le lingue viscide dalle prigioni d’avorio, e come un vessillo di guerra – proprio come un vessillo di guerra – sono scesi sul campo di battaglia armati dell’effigie di Oriana. Viveva già da più di un decennio a Manhattan quando, quell’undici di settembre, dallo skyline vennero evirate le torri più famose, incementizzazione del grande American Dream. Il sogno di quello stesso grande Stato che aveva dato alla luce – e alla gloria – uomini come Joseph McCarthy, Richard Nixon, George W. Bush; lo stesso grande Stato che aveva deturpato il Giappone con le bombe, scorticato il Vietnam del Nord con il napalm, segnato – come un coltello rovente sul cuoio – la Storia di quei Paesi che, come vasi di terracotta costretti a viaggiare in compagnia di due grandi Vasi di Ferro, cercavano il proprio spazio tra Stati Uniti e Unione Sovietica; lo stesso grande Stato troppo vicino a quei colonnelli che avevano incarcerato, torturato e infine probabilmente assassinato il suo Alekos. Aveva scelto New York come “auto-esilio politico”, sulle orme dei vari Garibaldi, Antonio Meucci, Federico Confalonieri.

Oriana aveva concluso da tempo la sua attività di giornalista inviata al fronte: la morte come serpente astuto, il puzzo acido del sudore di un uomo che teme l’appuntamento con il suo proiettile, l’euforia di averlo schivato per un’altra volta ancora, erano stati sostituiti da una diagnosi di cancro e dalla stesura frenetica e lunghissima di quell’antologia della famiglia Fallaci che poi sarebbe diventato uno dei suoi capolavori, ovvero Un cappello pieno di ciliegie. Le infinite contraddizioni della guerra appartenevano ad un’altra epoca e ad altre longitudini: non certo ad una New York che si addentrava con slancio e grande inerzia nel terzo millennio. Il crollo del World Trade Center fu il modo più crudele che la Storia scelse per ricordare all’occidente, e a Oriana con esso, l’imminenza della morte. Lei reagì, con forza, organizzando i suoi pensieri in La Rabbia e l’Orgoglio: la sua invettiva fu durissima. Contro l’occidente, l’Europa, la chiesa e la politica, troppo morbidi contro la questione Islamica.

L’Oriana che scrisse La Rabbia e l’Orgoglio era una donna che, a differenza delle altissime personalità che oggi maneggiano il suo nome come quello di una profetessa, in vita sua ne aveva già viste tante: i bombardamenti degli Alleati su Firenze; la guerra in Vietnam; il ’68 in Messico, quando a seguito degli scontri tra polizia e studenti fu data per morta; il conflitto indo-pakistano; quelli in Medio Oriente; la caduta del regime dei colonnelli e la morte del suo compagno Panagulis; i kamikaze di Beirut, di cui scrisse in Insciallah; un aborto – da cui nacque Lettera a un bambino mai nato; e, naturalmente, il cancro. Stava perdendo una guerra contro quell’impulso triviale all’intolleranza, al sospetto interminabile, alla fame di riscatto e di vendetta che si nasconde nello stomaco di ognuno e giustifica qualsiasi reazione, qualsiasi abuso, qualsiasi orrore in risposta al primo. Intendo: Oriana, nonostante fosse una giornalista di fama internazionale, non era una profetessa, una cassandra o un’indovina. Si farebbe un torto alla sua memoria, e al suo lavoro, se la si considerasse qualcosa di più di Una Donna – anche se una grande. Per questo ho deciso di non parlare “della Fallaci” come si parla “della Madonna”; ma di Oriana, scrittrice e essere umano.

Ugualmente parlerò di Tiziano, non “di Terzani”, quel giornalista-santone-viaggiatore che, unico, credette di poter convincere l’occidente a sfruttare la portata storica dell’evento per ridiscutere i propri valori fondanti. Ricordò l’importanza fondamentale del dubbio nel processo democratico, la necessità di un disarmo globale, e che “la politica, nella sua espressione piu’ nobile, nasce dal superamento della vendetta”. Rimasto inascoltato, avrebbe poi affermato: “Io, nella mia assurda follia, ho pensato che l’11 settembre fosse il momento in cui l’uomo poteva farlo, questo ultimo passo: così come l’uomo si è evoluto dalla scimmia, adesso deve fare un altro passo e lo deve fare in su”.

Oggi come allora, un sussulto violento non fermerà nuovi scontri, nuove stragi, nuove vittime innocenti. Oggi come allora, e come sempre, una guerra nuova non porrà fine ad una vecchia.


In più di mille anni di convivenza, ancora poco abbiamo capito riguardo all’Islam. Non ammetterlo sarebbe disonesto. Quello che invece risulta essere immediato è che, se inseguissimo le tesi dei fanatici della reazione e iniziassimo a calpestare indiscriminatamente ogni musulmano che incontriamo al bar o al supermercato, ben presto il conflitto assumerebbe proporzioni incontrollabili. Certamente i morti ammazzati non si conterebbero più a decine, ma a migliaia. Forse di più. E questa è – da sempre – la strategia di chi vorrebbe estendere la guerra santa, questa “crociata alla rovescia” come volle definirla Osama Bin Laden, all’intero tessuto della comunità islamica. Ad oggi, i migliori alleati di questi scellerati inseguitori della guerra sono, paradossalmente, proprio quei Salvini e quelle Le Pen che ordinano perentori, a gran voce e soffocando ogni dubbio, la radicalizzazione di un conflitto che ancora non esiste. Ma che stiamo costruendo. Per un paradosso ancora più cinico, se continueranno ad indicare che “anche da noi ci sono milioni di islamici pronti ad uccidere”, avranno infine ragione. Quello che possiamo fare noi è rispondere alla violenza con la comprensione, alle generalizzazioni con il dubbio, all’odio con l’empatia. Facciamo in modo che la nostra Europa, nata come faro dei diritti civili e della democrazia, tenga fede ai suoi buoni propositi e non si faccia trascinare nella mediocrità, nell’ingiustizia, nel fanatismo e nella guerra.

Io, prima di scrivere questo articolo, ho aspettato. Prima, che volassero quelle 72 ore in cui il fiato sospeso, il cuore immobile e la mente obnubilata non mi hanno permesso di scrivere – tantomeno di pensare. Sabato è stata poi indetta quella grande marcia in una Parigi ferita, ma non moribonda, che ha risposto al fanatismo con l’intelligenza, l’orgoglio e la fermezza con cui si cerca di reagire ad un attentato che, si teme, avrà un seguito. Non sappiamo però quanto possa essere imminente. Prevedibilmente, anche i potenti di turno hanno voluto insinuarvisi, togliendone la paternità al popolo parigino ed europeo per farne un’anticamera di campagna elettorale. In secondo luogo, chi scrive non può evitare di ammettere un certo disappunto per la presenza del leader della destra conservatrice e nazionalista nonché premier Israeliano, Bibi Netanyahu, sulle cui spalle pesano gravose responsabilità di un conflitto – quello arabo-israeliano – che nonostante riguardi una questione aperta da più di mezzo secolo, non è più vicino ad una risoluzione rispetto a 10 anni fa. Anzi. Del resto, basta dare un’occhiata alle foto più recenti di Gaza City dopo i bombardamenti estivi.


Il nostro Primo Ministro Renzi ha espresso, molto efficacemente, un concetto che nelle ultime ore è uscito da molte bocche dei podestà di Germania, Francia, Regno Unito: “I fatti di Parigi sono un tentativo di mettere in discussione l’identità europea. […] La cultura è l’antidoto al terrore”.

Ecco: che bella cosa, questa identità europea. Riempie le bocche e anima gli spiriti. Ma su cosa si fonda? Voglio credere che vada al di là dei meri interessi economici; che sottintenda il riconoscimento di valori più alti del profitto: democrazia e diritti civili. Siamo però in grado di affermare con certezza che non sia giunta alle sfide che tecnologia e mercato globale ci impongono con una certa stanchezza e privata della necessaria inerzia? Che questo sistema, apparentemente perfetto, non possa essere migliorato, che non si possa infoltire la partecipazione del popolo – a cui fino a prova contraria appartiene la Sovranità – all’interno delle istituzioni? Possiamo davvero affermare che questo occidente e questa Europa diano una buona immagine di sé nel resto del mondo?

In seconda istanza, il termine terrore è diventato di estrema utilità: spersonalizza il nemico, lo priva della sua essenza umana. Sul fatto che i terroristi siano esseri moralmente degenerati, non si può che concordare. Ma negarne l’appartenenza all’apparato umano, declassandone la causalità delle azioni o imputandole ad un istinto diabolico, è sbagliato e pericoloso e, soprattutto, ci priva della possibilità di comprendere il fenomeno e di prevenirlo. Il termine terrorismo si riferisce unicamente ad una tattica di guerra, esattamente come il termine guerriglia. A proposito dello stesso prototipo di diavolo in terra, quello del nazista, si sono rivolti numerosi studiosi del secondo dopoguerra: Arendt, Bauman e molti altri dimostrarono la falsità della tesi di una Germania posseduta da una follia universalizzata. Se fosse stato così, il bisogno di studiare la Storia sarebbe venuto meno, e con esso l’utilità degli storici.

L’accusa che l’occidente rivolge ai terroristi è quella di fanatismo religioso. Non ci chiediamo mai, però, quali siano le accuse che i terroristi rivolgono all’occidente. E’ possibile che l’odio religioso sia un tramite più potente e più scellerato per sostenere ragioni ben più complesse? Bisogna ricordare che le fabbriche pakistane del tessile, forgiatrici delle nuove forme di schiavismo, sono in mano a colossi come H&M o Zara: i loro prodotti, e il benessere generato, sono destinati ai grandi magazzini italiani o ai mall nordamericani: non ai mercati di Peshawar; che l’ingrediente necessario a donare il classico tono luccicante dei rossetti comunemente in commercio sia la mica, tradizionalmente estratta attraverso un intensivo sfruttamento del lavoro minorile: il prezzo d’acquisto del minerale è di 5 centesimi al kilo in India, mentre raggiunge i 1000 dollari sul mercato internazionale; che una grossa percentuale della produzione di prodotti chimici considerata troppo nociva per l’ambiente, viene semplicemente dislocata in Paesi considerati da sfruttare. Ebbene: senza tirare in mezzo le bombe cosiddette intelligenti, che poi colpiscono sempre gli innocenti e i civili, senza tirare in mezzo un incrollabile appoggio a tutti gli Sharon e Netanyahu, che forti di uno degli eserciti meglio organizzati al mondo mai hanno considerato possibile uno scenario in cui fossero compresi una pace duratura e uno Stato Palestinese vivo e prospero, senza tirare in mezzo le torture, che tanto piacciono agli agenti CIA, non è possibile che l’idea di Europa, già piuttosto slavata in Italia, Francia, Regno Unito, si perda e venga distorta in Pakistan, Afghanistan, Iraq, India?

Esiste una necessità concreta che l’occidente cambi radicalmente il rapporto che ha con il resto del mondo: solamente quando sradicheremo le radici dello sfruttamento e dell’oppressione, quando le guerre non saranno più combattute per proteggere gli interessi economici dei Paesi più ricchi su quelli più poveri, quando il concetto di democrazia europea avrà un vero significato tanto in Europa quanto in Asia e in Africa, potremmo combattere efficacemente il terrorismo. Se mancheremo a questo imperativo, spesso ci ritroveremo a piangere nuovi morti, nuovi scontri e nuove guerre la cui responsabilità sarà anche nostra. Come tanti piccoli Bibi Netanyahu.

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2 pensieri su “Al di là dell’Occidente e dell’Islam

  1. Ho letto tutto d’un fiato questo post, e devo ammetterlo, è sublime. Sia per il contenuto che per il modo di scrivere. Ho scritto e riscritto questo commento sette o otto volte, ma non riesco a dire niente altro che “sublime”. Sei uno scrittore? Se si vorrei sapere i titoli per comprare tutti i tuoi libri. Se no, cosa stai aspettando?
    Scrivi in modo molto simile a Oriana, la profondità, la scelta delle parole… Sublime, semplicemente sublime…

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